
Irène Némirovsky non soltanto racconta la parabola del potentissimo banchiere ebreo il quale, malato, caduto in rovina e abbandonato da tutti, si lancia in un’estrema avventura che gli permetterà forse di ridiventare ricco, ma tratteggia senza indulgenza il mondo frivolo, scintillante e fasullo dei nuovi ricchi che svernano a Biarritz, il loro patetico snobismo, le loro case arredate con sfarzo pacchiano, i loro scalcagnati gigolo che ostentano blasoni più che offuscati. Per gusto della sfida, per noia e per amore di una figlia che forse non è neppure sua, il vecchio giocatore cinico e disincantato si metterà in viaggio ancora una volta – e sarà l’ultima. Come aveva fatto Zola quarant’anni prima in “L’argent”, Irène Némirovsky getta una luce sinistra sui retroscena della grande finanza, e dalla prima all’ultima riga tiene in pugno il lettore con il suo stile asciutto e acuminato, con l’implacabile e pietosa lucidità del suo sguardo, con la consumata abilità del grande narratore.
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